I grandi piloti del passato: LeeRoy Yarbrough

Lonnie “LeeRoy” Yarbrough è stato uno di quei piloti in cui è passato dall’ “attimo fuggente” glorioso a scomparire nei meandri più bui della vita umana.

Nato a Jacksonville, Florida il 17 settembre del 1938 da Lonnie e Minnie Yarbrough(Greene), sviluppò una grande affinità per la velocità sin da piccolo.

GLI ALBORI

Già all’età di 16 anni il piccolo LeeRoy assemblò una Ford del 1934 con un motore Chrysler dell’ epoca.Tutti sapevano nella città di Jacksonville che LeeRoy era un ragazzo tenace, che non aveva paura di nulla e amava la velocità più di qualunque altra cosa al mondo.

Una sera del 1960 sul Speedway Park di Jacksonville LeeRoy Yarbrough era in testa all’ ultimo giro dopo aver massacrato la concorrenza: in quel momento perse la ruota anteriore sinistra ritrovandosi con l’asse delle ruote penzolante; invece di rientrare ai box spinse sul pedale dell’ acceleratore, tagliò il traguardo su tre ruote a dimostrazione del coraggio e della tenacia che può elevare un pilota da un uomo qualunque ad una leggenda.

Probabilmente, queste sue qualità hanno contribuito alla sua morte.

La sua passione per le competizioni motoristiche cominciò già all’ età di 12 anni quando decise di abbandonare la scuola avendo in mente l’idea di diventare pilota professionista. Stando alle testimonianze della sorella Evelyn pare che LeeRoy usava falsi nomi per poter competere per la soglia minima dei 16 anni. Alla prima gara che potè parteciparvi con il suo vero nome vinse: era la primavera del 1957 all’età di 18 anni. Divenne un idolo locale per i bambini che si aggiravano per Jacksonville tanto che l’officina dove lavorava, rimaneva aperta 24 ore 7 giorni su 7 per via delle numerose visite.

Nonostante i richiami dei proprietari, LeeRoy simpatizzava per i bambini che li portava nel tracciato locale a fare qualche giro di “ricognizione”.

Le sue grandi abilità di pilota e la carenza di paura lo hanno così lanciato nel mondo della NASCAR. Vinse 83 gare nelle serie minori in un arco di soli 3 anni.

LA SCALATA VERSO LA GLORIA

Passato al Grand National nel 1960 con il debutto ad Atlanta chiuse la gara al 33° posto. La prima pole nel 1963 ad Augusta in Georgia. La prima vittoria nel 1964 sul Savannah Speedway sempre in Georgia a bordo di una Plymouth. A Daytona nel 1965 stabilì il record di velocità a 181.81 miglia orarie(292,59 km orari) su una Dodge Cornet. Da quel momento, per LeeRoy Yarbrough cominciarono i sogni di gloria.

Nell’ arco di 7 anni Yarbrough vinse 14 gare, ottenne 65 top 5 e 11 poles in sole 198 partenze ufficiali. Conquistò la “Triple Crown” ossia la Daytona 500, la World 600 di Charlotte e la Southern 500 di Darlington: la più pagata, la più lunga e la più vecchia gara NASCAR diventando il primo pilota della storia a raggiungere questo traguardo.

Il 1969, anno in cui ha ottenuto le vittorie sopracitate fu per LeeRoy l’anno di rilievo che arrivò al Johnson Associates nel 1967, team capitanato dal grande Junior Johnson capace di vincere 50 gare in carriera come pilota e 6 titoli piloti ( Cale Yarborough e Darrel Waltrip) conditi da 132 successi come proprietario di questo team. Numeri che diedero a Johnson il soprannome di “The Last Great American Hero”.

Nella Daytona 500 del 1969 Yarbrough recuperò 11 secondi a Glotzbach prima di superarlo sulla linea del traguardo. Poi fu la volta dalla Rebel 400 di Darlington l’ovale a forma di uovo conosciuto come “The Lady in Black” per le strisciate lasciate dalle vetture che urtano le barriere del tracciato ottenendo la leadership solo a 4 giri dal termine; poi la World 600 di Charlotte rifilando almeno due giri a tutti gli avversari.

Segue la Daytona 400 dopo un’estenuante battaglia con Buddy Baker “ The Gentle Giant” conquistando lo sweep dell’ ovale della Florida. In estate vinse all’ Atlanta Motor Speedway con quasi 39 gradi di febbre. Vinse la Southern 500 superando David Pearson all’ ultimo giro di gara e conquistò il Rockingham Speedway rifilando 1 giro agli avversari dopo essere stato sotto di un giro nelle battute iniziali di gara; a fine stagione saranno 7 le vittorie del 1969 che gli consentirono di ricevere il premio del pilota americano dell’ anno, così come l’uomo Ford dell’ anno.

LA SVOLTA FATALE

Con la stessa velocità che ottenne il successo andò di pari passo il declino. L’ incidente sull’ ovale del Texas durante un test con le gomme Goodyear nell’ Aprile nel 1970 lo lasciò disorientato. Qualche giorno dopo il suo collega e tre volte vincitore del campionato NASCAR Cale Yarborough, (i due non sono parenti nonostante la somiglianza del cognome), lo andò a prendere per riportarlo a casa. Il weekend dopo gareggiò a Martinsville. LeeRoy Yarbrough non ricordava nulla di tutto ciò.Vinse per l’ultima volta a Charlotte nel novembre del 1970.

Il primo ad accorgersi di questo vuoto fu proprio Junior Johnson disposto a fare di tutto per riportare LeeRoy sulla vecchia strada del successo. Si stima che Johnson abbia speso 250.000 dollari tra visite e controlli vari. Ci teneva a LeeRoy: Johnson aveva dichiarato: “Ricordava tutto dal 1970 indietro, nulla dal 1970 in avanti. Potevi andare al ristorante con lui e dopo aver ordinato un piatto se ne rimaneva fermo a guardalo fisso, finché non gli dicevi: LeeRoy mangia. Allora prendeva le posate e mangiava”. Era l’inizio di una triste fine.

Nonostante questo colpo LeeRoy continuò a gareggiare fino al 1973 , incluso tre Indianapolis 500, dove nel 1970 sempre a causa di un incidente urtò violentemente la testa e il casco si spezzò in due. Fu un colpo durissimo da mandare giù. Johnson lo portò in un istituto ad Ashville in North Carolina ma qualche mese dopo lo richiamarono perché LeeRoy litigava con tutti.

A North Wilkesboro dopo la gara nel 1971, Junior Johnson gli dovette dire di spegnere la vettura e tirarlo fuori di peso. LeeRoy non sapeva che cosa stesse facendo. Era come se il talento venne distrutto da un’ urto violento.

Johnson non si arrese mai nell’ aiutare il suo pilota ma la testa di Yarbrough non riusciva proprio ad andare oltre quel fatidico 1970; non ricordava quello che faceva un secondo dopo l’atto appena svolto. Il mondo per lui sembrava essersi congelato. Arrivò ad un certo punto senza avere la capacità di sapere quale fosse la sua mano destra e la sua mano sinistra.

GLI ULTIMI ANNI

Yarbrough al ritorno a Jacksonvile lasciò le corse sotto l’influenza di pastiglie che inghiottiva con l’alcool passando i mesi dentro e fuori dagli ospedali di sanità mentale. In una carriera in cui ha guadagnato più di un milione di dollari è finito in rovina senza un dollaro in tasca. D’altronde il il modo dei motori è pericoloso. Il padre morì nel 1976 e il culmine arrivò nel 1980, la notte del 13 febbraio quando LeeRoy tento di strangolare la mamma Minnie Yarbrough dopo essersi alzato dal letto, senza motivo.La madre chiamò la polizia e LeeRoy aggredì perfino il poliziotto non capendo il perchè per il quale stava per essere arrestato.

Davanti al giudice per tentato omicidio di primo grado il 7 marzo del 1980 non fu condannato perché incapace di riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; Yarborough venne mandato al Florida State Hospital a Chattahoochee prima di essere rilasciato qualche mese dopo per stare dalla sorella Evelyn.

Poco più tardi entrò al Northeast Florida State a McClenny senza mai più uscirne. Stando alle voci venne colpito in testa dopo aver avuto una crisi; altre affermazioni dicono che sia crollato al suolo dopo una lite ma nessuna investigazione venne fatta a riguardo.

Yarbrough morirà il 7 dicembre del 1984, all’ età di 46 anni.Il motivo ufficiale della morte fu lesione interna cerebrale causato da una caduta, quella che oggi viene chiamata “zona d’ombra” nel football americano.

La NASCAR lo ha inserito tra i 50 migliori piloti della storia ed è tutt’ora ricordato come esempio di pilota incapace di mostrare paura, pieno di talento con una sfrenata voglia di vincere. LeeRoy Yarbrough “Drove fast, rose faster, fell fastest”.

700 gare in Nascar per Kevin Harvick

Conclusa la gara di ieri in Texas Kevin Harvick è diventato il 17° pilota della storia a raggiungere le 700 gare in carriera superando così Buddy Baker “il gigante gentile”, fermo a 699.

Una carriera iniziata nel lontano 2001 in sostituzione al grande Dale Earnhardt Sr, è tra i piloti attivi al secondo posto per numero di eventi disputati, superato solo da Kurt Busch a due lunghezze di distanza (702).

Harvick secondo le stime entro fine stagione in cui rimangono ancora 18 gare, dovrebbe raggiungere e superare Rusty Wallace fermo a 706 gare ed eguagliare all’ ultima gara del 2020 Bobby Allison a quota 718 partenze ufficiali.

Considerato che Harvick ha un contratto rinnovato fino al 2023 incluso, la proieizione ottimale di gare sarebbe 826 ed eventualmente raggiungere l’ottavo posto di tutti tempi a sole due distanze da Bill Elliott (828) e tre da Kyle Petty (829).

Un eventuale numero che gli consentirebbe di superare Bobby Labonte (729), Sterling Marling (748), Ken Schrader (763), Michael Waltrip (784), Jeff Gordon (805) e Darrell Waltrip (809). Dati alla mano l’unico da tenere d’occhio è Kurt Busch, il quale come citato in precedenza ha sul tassametro due gare in più e tre anni in meno del californiano. L’inconvenienza è che Kurt Busch avrebbe al momento un contratto certo fino a fine 2021, e numeri alla mano arriverebbe a 756 gare disputate.

Ma Harvick, campione 2014 ha eclissato un’ennesimo traguardo dopo la gara di ieri sera superando i 200.000 giri completati scalando un’ altro gradino verso l’olimpo per installarsi al 16° posto di tutti i tempi. I prossimi in lista sono Dale Earnhardt Sr (202.808), Bobby Labonte (203.418), Rusty Wallace (204.818), Sterling Marling (209.425), Michael Waltrip (217.142) e Ken Schrader (220.639). Ce ne sono altri 8 che superano i 230.000 giri totali fino all’inarrivabile e primo della lista Richard Petty con 307.846 giri complessivi.

A 45 anni Harvick della parola fermarsi non ne vuole sapere, anzi sin dal suo arrivo in Stewart-Haas nel 2014, i risultati sono stati eccezionali: 234 gare 30 vittorie, 117 top 5s e 168 top ten; al rullino si aggiungono 25 pole positions e 10.264 giri in testa in soli sei anni. Dal 2001 al 2013 ha disputato 466 gare ottenendo 23 vittorie, 100 top 5s e 209 top ten, conditi da quasi 4500 giri compiuti in testa e soltanto 6 pole positions.

Se non bastano questi numeri per dare ad Harvick il valore di rara razza di piloti che riescono a tenere testa e salire di giri con il passare degli anni, bisognerebbe segnalare che con 53 vittorie ha superato quest’anno Ned Jarrett e Junior Johnson( 50 vittorie ) e siede al 12° posto di sempre tra i maggiori vincitori.

E’ il terzo tra i piloti attivi per numero di vittorie superato da Kyle Busch (56) e Jimmie Johnson (83), in cui i prossimi nel mirino sono Lee Petty (54) e Rusty Wallace (55) . Per di più con la vittoria al Pocono Raceway quest’anno al pilota californiano rimangono da conquistare solo l’ovale del Kentucky e il Roval di Charlotte sui 23 tracciati del campionato NASCAR.

Non finisce qui: tra i piloti in attività è anche colui con la striscia più lunga di gare consecutive, 658 dopo che Johnson ha abdicato a tale record fermando il tassametro a 663 per via del Covid-19. Prima di loro a Phoenix si era fermato Newman a causa del clamoroso incidente a Daytona che lo ha tenuto a lungo tra i ferri.

Superato Terry Labonte tre gare fa, siede sul sesto gradino di sempre mirando Johnson ormai a 5 lunghezze. A quel punto se tutto va bene può puntare verso Rusty Wallace a quota 697 gare, mentre per il podio bisogna superare le 700 gare consecutive: Bobby Labonte 704, il vero Ironman Ricky Rudd 788, ed infine Jeff Gordon a 797.

In termini di previsioni potrebbe raggiungere le 784 gare al termine del 2023 a sole 4 lunghezze da Rudd e 14 dal record assoluto, ma solo il tempo, la fortuna e la tenacia di Harvick sapranno dare numeri più precisi per un pilota che merita tutta la sua grandezza dentro e fuori dai tracciati.

Furniture Row Racing cessa le operazioni

Il Furniture Row Racing campione in carica del campionato Monster Energy Series chiude i battenti a fine stagione.

Così come annunciato Martedì, Barney Visser, prorietario del team spiega con rammarico l’uscita dalla massima serie: ” Ho sempre pensato che  essere comepetitivi e lottare per il titolo è il sogno di ogni pilota ed ogni team, ma  per avere successo devi  mettere insieme le persone giuste e lavorare sodo per avere successo. Abbiamo raggiunto la cima del monte Everest grazie al nostro lavoro e continuare senza essere competitivi non sarebbe accettabile. E’ stata una gran avventura”. In questo modo Barney Visser  chiude in maniera netta le porte del suo team.

La fine della partnership con 5 Hour Energy il mese scorso aveva fatto presagire la fine del team; inoltre era in forse il rinnovo di Martin Truex Jr. Per questo motivo il team ha deciso di andarsene dalla serie.

Fondato a Denver 2005, il team ha conosciuto i pro e i contro della NASCAR in cui varie vicissitudini e svariati piloti cambiati anno dopo anno, hanno trovato in Regan Smith l’uomo giusto per conquistare la loro prima vittoria. Smith conquisterà la gara di Darlington nel 2011 portando in victory lane per la prima volta la vettura 78.

L’arrivo di Kurt Busch a fine 2012 e per tutta l’annata 2013 ha regalato a Visser la prima presenza nella post season di sempre, nel quale Kurt è riusciuto a chiudere al 10° posto soprattutto, grazie ai quei 11 top fives stagionali, di cui 16 top ten.

Ma è con l’arrivo di Martin Truex Jr che il Furniture Row Racing sale di livello ed entra nell’ elite della serie. Nel 2015, ultima annata al fianco di Chevrolet prima del passaggio a Toyota, Truex ottiene la vittoria a Pocono sfatando un tabù di oltre 200 gare. Prima di allora vinse a Dover con Earnhardt Inc e a Sonoma con Michael Waltrip.

Le restanti vittorie del team sono tutte firmate Truex Jr, che al momento sono 17 vittorie delle 18 totali del Furniture Row. Infine la conquista lo scorso anno del titolo, dopo il quarto posto nel 2015, ha messo il pilota ed il team nell’ olimpo di questo sport.

C’è anche da dire che lo scorso anno, Barney Visser aveva alzato il numero di auto in griglia con l’ingaggio del giovane Erik Jones, il quale al suo debutto  si è ben comportato con 5 top fives e 14 top ten stagionali.

A fine stagione Jones è passato al Joe Gibbs Racing in sostituzione al semi-ritirato Kenseth, ed ora  il team apre le porte a Martin Truex Jr e crew chief Cole Pearn, i quali secondo le indiscrezioni, andrebbero a scalzare Daniel Suarez sulla vettura numero 20.

Dunque, Truex Jr si aggrega a Kurt Busch nella lista dei piloti sul mercato per una offseason più calda che mai.

I grandi piloti del passato: Benny Parsons

Benjamin Stewart Parsons, per tutti “Benny”, fu un pilota della NASCAR che non rientra in maniera completa tra i  leggendari personaggi di questo sport, bensì tra quelli carismatici di discreto successo.

Nato a Wilkes County in North Carolina nel 1941 prima di cimentarsi a tempo pieno alle corse, svolse svariati lavori come benzinaio e tassista quando un giorno per sua fortuna venne invitato ad una gara da alcuni clienti. Quella sera per pura coincidenza Benny gareggiò la prima gara della sua carriera causa l’assenza del pilota ufficiale nella The Western North Carolina 500. Era il 9 agosto 1964, Parsons aveva appena 23 anni.

In quella gara Benny gareggiò per il team di tutto rispetto l’ Holman Moody, capace nella sua storia di vincere 94 gare in sedici anni di professionismo in cui piloti di spicco come Fred Lorenzen, Bobby Allison e David Pearson ne calcarono i successi. Benny nell’ occasione  fu  compagno di squadra di un certo Cale Yarborough. Parsons chiuse 21° costretto al ritiro per surriscaldamento del motore appena superata metà gara al giro 258 , Yarborough fu 20° ritiratosi per problemi al radiatore appena nove giri più tardi di Benny.

Fu lì che Parsons capì di farne della NASCAR il futuro della sua carriera lavorativa.Solo cinque anni più tardi nel 1969 colse l’occasione di prendere parte a sole quattro gare con Russ Dawson, con cui fece valere tutta le sue doti di pilota solido e tenace: tre top ten in quattro gare. Parsons era pronto per fare il salto come pilota full time.

Dal 1970 gareggerà nella massima serie fino al 1988.  Già dalla stagione 1970 completa l’annata in 8° posizione con 23 top ten in 45 gare disputate ma sarà nel 1971 che Parsons sfaterà il tabù della vittoria al South Boston Speedway il 9 maggio 1971. Con il Dewitt Racing strappò 18 top ten in 35 gare disputate concludendo l’anno al 11° posto.

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Tralasciando il 1972 in cui migliorerà certe statistiche stagionali, è il 1973 ad essere l’anno glorioso e fortunato. Ottenne la sua unica vittoria stagionale a Bristol ma è la sua solidità nei risultati a prevalere sul dominio di David Pearson: 21 to ten e 15 top fives in 28 gare, contro gli undici successi di Pearson in sole 18 partenze ufficiali. In base a queste statistiche e all’ impossibile probabilità di Pearson di rientrare alle gare dopo l’incidente di Rockingham, Parsons conquista il titolo NASCAR di quell’ anno, l’unico della sua carriera.  Con i suoi titoli nella serie ARCA nel 1968 e nel 1969, Benny diventa l’unico pilota a compiere questa speciale impresa in due serie differenti.

Dopo il titolo per lui cominceranno gli anni d’oro, piene di risultati confortanti e solide prestazioni rendendolo uno dei piloti di calbro della serie. Dal 1974 al 1980 Parsons sarà capace di concludere le rispettive stagioni nel top 5 per sette anni consecutivi, i quali diventerebbero nove aggiungendo il titolo del 1973 ed il quinto posto nel 1972.  In quei sette anni sarà capace di conquistare 13 delle sue 21 vittorie in carriera registrando il massimo di giri in testa in stagione completandone ben 1400 nel 1977. Completerà cinque  stagioni  con oltre 20 top ten ad annata tra il 1976 e il 1980. Inoltre, ottiene il successo il 16 febbraio 1975 nella Daytona 500 davanti a Bobby Allison. Infine conquisterà la World 600, l’attuale Coca Cola 600 di Charlotte nel Maggio 1980 davanti ad uno scatenato Darrell Waltrip, vero leader di quell’ evento.

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Salvo il 1981 anno in cui vinse a Nashville, Texas e Richmond, questa decade sarà quella del declino per il pilota, il cui ultimo sussulto di valore in termini di successo, ma non statisitico arriverà ad Atlanta nel 1984 vincendo dopo ben 150 giri compiuti in testa.

Parsons si ritirerà dalle corse a fine 1988 dopo 21 successi , 283 top ten con almeno un giro in testa in 192 gare , per un complessivo di 526  partenze in 21 anni di attività. Lasciate le corse ha intrapreso una seconda carriera come commentatore tecnico diventando una voce di spicco tra la fine degli anni ’80 e ’90, oltre ad avere delle comparse in alcuni film riguardanti la NASCAR e le corse in generale.

Fumatore fino al 1978, Parsons fu colpito da un tumore ai polmoni nel novembre del 2006 seppur presentasse problemi di respiro sin già dall’estate di quell’anno. Andato poi in terapia intensiva, Parsons morì il 16 gennaio 2007 al Carolina Medical Center di Charlotte all’ età di  65 anni.

A maggio di quest’ anno è stato dichiarato che verrà eletto nella HALL OF FAME della NASCAR nel 2017 con Mark Martin, Raymond Parks, Rick Hendrick e Richard Childress tutte persone di rilievo nella storia di questa serie.

 

I grandi piloti del passato: Tim Flock

Julius Timothy “Tim” Flock. Il fratello più piccolo di Bob Flock, Fonty Flock ed Ethel Flock, la seconda donna a gareggiare in Nascar all’ epoca ancora Strictly Stock , nacque l’11 maggio 1924 e, con i suoi fratelli costituì una generazione di piloti in una famiglia di 8 componenti 4 dei quali,  quelli sopracitati, capaci di fare  storia  nelle corse americane tra la fine degli anni ’40 ed il decennio degli anni ’50. Una famiglia considerata  tra i primi pionieri dell’ attuale Nascar.

Proveniente da una famiglia che produceva il Whiskey illegalmente nelle lande dell’Alabama nei pressi di Fort Wayne, Tim Flock si avvicinò alle corse grazie alla sorella Ethel che, dopo aver sposato un certo Charlie Mobley riuscì a dare un sedile a Tim Flock iniziando la sua carriera nella massima serie nel 1949, la stagione inaugurale della poi tanta acclamata NASCAR.

In sole 5 gare delle sei in programma Tim Flock, finì quinto a Charlotte, secondo a Daytona, e settimo ad Occoneechee ( uno dei tre ovali con Weaverville e North Wilkesboro in cui i tre fratelli conquistarono almeno una vittoria ciascuno). Completò la stagione all’ ottavo posto; suo fratello Fonty concluse al quinto posto, mentre  Bob Flock al terzo posto della generale conquistando anche due vittorie. Tim dovette aspettare l’anno dopo per ottenere su una Lincoln il primo successo in carriera a Charlotte, ma sfotunatamente per  colpa di un incidente con svariati piloti dovette saltare tutta la stagione.

Il 1951 è l’anno del salto di qualità in cui ottenne sette successi in  30 gare disputate a bordo di tre auto diverse: Lincoln, Oldsmobile e Hudson chiudendo l’annata al terzo posto in classifica. A quel punto Tim Flock era pronto per conquistarsi il titolo del Grand National Series e nel 1952 completò il sogno con una stagione a dir poco memorabile a bordo del celeberrimo Fabolous Hudson Hornet:8 vittorie, 22 volte tra i primi 5 e 25 volte tra i primi dieci in 33 gare disputate. La leggenda era già scritta.

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Nel 1953 il pilota non ripetè l’exploit dell’ annata precedente ma si mise in mostra per un caso più unico che raro: corse 8 gare stagionali con un co-pilota particolare: un macaco il cui nome era Jocko Flocko dandogli un costume e mettendo un sedile particolare al suo fianco. il 16 maggio del 1953 Flock riuscì con l’aiuto di Jocko e suo passeggero, a conquistare l’unica vittoria di quell’ annata sull’ ovale di  Hickory completando la bellezza di 200 giri; il macaco divenne la prima scimmia di sempre a vincere una gara Nascar.

Una leggenda che vide Jocko Flocko indossare la tuta numero 91, lo stesso numero dell’  Hudson Hornet guidata da Flock.

Il 30 maggio durante il Raleigh 300, in cui Flock era saldamente in testa, Jocko venne colpito da un ciottolo alla testa e la scimmia cominciò a saltare eventualmente anche sulla testa Flock. Tim fu costretto a fermarsi e far scendere la scimmia dall’ auto.Una decisione che gli costò la vittoria, giungendo terzo e 600.000 dollari in meno di assegno alla conclusione dell’ evento.

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Nel 1954 Flock vinse la gara inaugurale a Daytona ma venne squalificato per viti del minimo del carburatore illegali, e durante il campionato apparse sottotono. Ma nel 1955 riconquisto il titolo Grand National vincendo la bellezza di 18 gare, un record che resitette fino al 1967, quando Richard Petty distrusse letteralmente questa statistica con 27 successi stagionali. Un record durato 12 anni. A Flock rimane il record tutt’ora attivo di 19 poles in una singola stagione, ottenute in questa annata.

Tim Flock venne poi squalificato e bannato dalle gare nel 1956 causa delle irregolarità di saldature delle viti del carburatore. Nonostante ciò corse altre 10 gare fino al 1961 prima di ritirarsi dalle competizioni.

Flock corse un’ ultima gara di onore nel 1991 a Charlotte chiudendo all nono posto diventando l’unico pilota di sempre ad aver mantenuto un’ attiva partecipazione  per 50 anni.. Vissuto poi ad Atlanta dopo il riitro nel 1961 come pilota, mori di tumore alla gola e al fegato il 31 marzo 1998. In onore del cinquantenario della Nascar Darrell Waltrip onorò Flock con la sigla “Tim Flock Special” sulla sua auto come tributo dopo la sua morte.

Flock chiuse la carriera con 39 successi e 129 poles in sole 187 gare disputate, la miglior media finale di qualunque pilota nella storia della categoria. Tim con i suoi fratelli Bob e Fonty siedono al terzo posto con il maggior numero di successi di tra fratelli in Nascar con un totale di 62 vittorie (39 Tim, 19 Fonty e 4 Bob Flock) dietro alle 92 vittorie di Donnie e Bobby Allison e alle 88 di Darrell  e Michael Waltrip. Tim fu l’unico dei tre fratelli Flock a vincere almeno un titolo Nascar; Fonty giunse secondo nel 1951 mentre Bob fu terzo nel 1949.

Infine, dal 2014 Tim Flock fa parte della Hall of Fame della Nascar.

I grandi piloti del passato: Darrell Waltrip

Darrell Lee Waltrip rientra in quel gruppo dei piloti dove la Nascar è diventata la sua casa  per un arco temporale enorme durato la bellezza di 29 anni, in cui ha regalato emozioni e successi scrivendo pagine e pagine di storia.

Nato a Owensboro nello stato del Kentucky il 5 febbraio 1947, Darrell dopo un breve periodo nel Kart guidò la sua prima stock car a 16 anni grazie alla spinta del padre, il quale gli propose anche la strada del dirty track  costruendo a Chevrolet e usandola nell’ ovale di Owensboro, dove imparò le basi e le tecniche che poi lo avrebbero portato a diventare una leggenda.

Il giovane Darrell dovette aspettare ben 9 anni prima di mettere piede su una auto della massima serie, in un team fondato da lui stesso sul gigantesco ovale di Talladega all’ età di 25 anni tre mesi e 2 giorni a bordo di una Mercury Cyclone del 1969 . Una gara che lo ha visto ritirarsi al giro 69 per un problema al motore chiudendo con un misero 38° posto.

La grinta e il carattere solare di Darrell Waltrip si fanno notare diventando una promessa di questa sport. Infatti, non si tira di certo indietro e mostra sin da subito di che pasta è fatto: i  top ten ad Atlanta e Charlotte con il podio a Nashville nell’ anno del suo debutto fanno da rampa di lancio al sesto posto ottenuto in Carolina,  ed il settimo posto a Talladega e  Charlotte, prima di cogliere un grandioso secondo posto in Texas, dietro solo al grande Richard Petty, che per la cronaca gli rifilò ben due giri.

Darrell_Waltrip_1978I primi anni di Waltrip  vennero messi all’ oscuro dai grandi campioni come David Pearson, Richard Petty, Cale Yarborough e Bobby Allison all’ apice della loro carriera.   Nonostante ciò sulla base dei primi di anni Waltrip si guadagnò un certo rispetto: 19 top ten in 40 gare disputate in tre anni. Ma è il 1975 il suo passo decisivo  verso la gloria  conquistando la prima gara della sua carriera a Nashville seguito dalla conquista dell’ ovale di Richmond nell’ agosto di quell’ anno con la Digard. Finirà settimo in campionato.

Gli anni seguenti con il team Digard sono da considersi uno dei tre periodi gloriosi di Waltrip con una caterva di vittorie e top fives che culmineranno con un progressivo scalare delle posizioni nella generale: 8° nel 1976, 4° nel 1977, 3° nel 1978 e 2° nel 1979.  Vincerà 22 gare e 126 top ten in sole 149 partenze in questo decennio.

A questo punto l’unica parola d’ordine di Darell, che intanto si era guadagnato il soprannome di “Jaws” da Yarborough pe ril suo stile di guida aggressivo, si chiama vincere il titolo.Lasciata la Digard a fine del campionato 1980, Waltrip passa al Junior Johnson Associates dove inzia un periodo che lo vedrà ai vertici della categoria superando i risultati ottenuti negli anni precendenti: vincerà 12 gare a per anno nelle annate 1981 e 1982, ottenendo 14 poles e conquistando i titoli dei rispettivi anni appena citati.

Nel 1981 Waltrip è stato un vero mattatore dove alle vittorie aggiunse 21 top fives e 25 top ten con 4  gare vinte consecutivamente. Tra questi si includono Darlington e Bristol  due gare di grosso spessore. Vinse il campionato battendo Bobby Allison di 72 punti. Il 1982, copione di quello precedente  vince a Martinsville, Dover e le due gare di Bristol e Talladega tra i 12 successi ottenuti superando nuovamente Bobby Allison. il secondo posto del 1983 lo vede agguantare 6 successi e  almeno 8 podi, ma perdere da Bobby Allison che riscatta così le scorse annate terminate da sconfitto. Dovrà aspettare al 1985 prima di rivedere per un’ ultima volta il titolo battendo Bill Elliott ( il quale vinse ben 11 gare contro le 3 vinte da Waltrip) grazie ad una perpetua costanza nei risultati. Il 1986 invece, si deve accontentare del secondo posto abdicando ad un altro grande pilota di questo sport Dale Earnhardt Sr.

Dal 1987 decide passare all’ Hendrick Motorsport, sua casa per i prossimi 4 anni. Il calo nel rendimento durante questa sua permanenza è vistosa, ma riesce a mantenere la lucidità e l’esperienza per tornare a sorridere come ai tempi del Junior Johnson Associates. Otterà solo 9 vittorie fino al 1990, ma tutte questi successi hanno un valore immenso.  Conquista Martinsville nelle visite autunnali  dal 1987 al 1989 e quella primaverile del 1989, la Coca Cola 600 nel 1988 e 1989 per la quarta volta a distanza di dieci anni. Fa suo anche l’ovale di Bristol nel 1990 per l’undecesima volta in carriera  e vince per la prima volta ed unica volta in carriera, la Daytona 500 nel 1989.

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Alla fine di quel decennio lascerà questo team incrementando il calo  di rendimento nei risultati fino al ritiro nel 2000, ultimo suo anno da professionista. Saranno solo quattro le vittorie in questi dieci anni anni carriera, ma Darlington e Bristol torneranno ad abbracciarlo un’ ultima volta nel 1992.  Darlington sarò il suo 84° successo ed ultimo della sua brillante carriera, mentre a  Bristol con il 12° successo sigla il record assoluto di vittorie in questo piccolo ovale. Waltrip riuscirà a ritagliarsi uno spazio con ottime prestazioni negli ovali corti di Martinsville e Bristol con 16 top ten in 32 gare disputate.Riuscirà infine ad ottenere nel 1997 un quinto posto a Sonoma che gli vale miglior piazzamente in un road course tutt’ora attivo.

Waltrip chiude la carriera con 84 successi che lo piazzano a pari merito con Bobby Allison al quarto maggior vincitore di sempre dietro a Jeff Gordon, David Pearson e per l’appunto il mostruoso Richard Petty. 809 gare disputate con 390 top ten e 59 pole ottenute nell’ arco di 29 anni. A questi numeri vanno aggiunti i 13 successi nella serie minore ed un totale di altre 62 top ten in carriera.

Ad inizio 2001, Waltrip si è cimentato un carriera da commentatore tecnico della Fox  che tutt’ora  continua con quasi 17 anni di esperienza nel settore. Qui è diventato famoso per la frase “Boogity Boogity Boogity” ogni volta che inizia una gara Nascar.